Mia sorella mi ha chiamato a mezzanotte e mi ha sussurrato: “Spegni tutte le luci. Vai in soffitta. Non dirlo a tuo marito.” Pensavo che stesse impazzendo, finché non ho sbirciato attraverso le assi del pavimento…
“Vado a prendere un po’ d’acqua”, dissi.
Non rispose.
Spensi la luce del corridoio, poi quella della cucina e infine la lampada del soggiorno che Caleb lasciava sempre accesa. Le mie mani tremavano così forte che quasi mi cadde il telefono di mano. Mara rimase in silenzio, emettendo solo un respiro affannoso. Sulle scale che portavano alla soffitta, sussurrò: “Non riattaccare”.
Salii lentamente, ogni gradino di legno scricchiolava sotto i miei piedi nudi. La soffitta odorava di polvere, isolante e vecchi scatoloni di Natale. Chiusi la porta dietro di me e feci scorrere il piccolo chiavistello.
“Chiudila a chiave”, disse Mara.
“L’ho fatto io.”
“Stai lontana dalla finestra.”
Poi la connessione si interruppe.
Per un terribile minuto, non accadde nulla.
Poi sentii la voce di Caleb al piano di sotto.
Non più assonnato.
Calmo.
“Luci spente”, disse.
Dall’interno di casa mia, un altro uomo parlò.
“Quindi lei lo sa.”
Mi coprii la bocca con la mano.
Attraverso una stretta fessura tra le assi del pavimento della soffitta, potei vedere parte del corridoio. Caleb era lì in tuta, con il mio portatile sotto il braccio.
Accanto a lui c’era uno sconosciuto con un impermeabile nero.
Lo sconosciuto porse a Caleb una piccola valigetta.
Caleb la aprì e dentro c’erano tre passaporti.
Uno aveva la foto di mio marito.
Uno aveva la foto di mio figlio.
Sulla terza c’era il mio nome.
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